Bambino mio, ti voglio tanto uccidere – Panorama

Sorgente: Bambino mio, ti voglio tanto uccidere – Panorama

interessante articolo, tuttavia rimane un giustificazionismo di fondo…

Sei casi quest’anno, 5 nel 2001, in Italia. «Per non parlare delle disgrazie di piccoli che soffocano nella culla o battono la testa. Quanti di questi «incidenti» sono dovuti a carenze di cure e disattenzioni che nascondono una volontà omicida?» si chiede Gian Carlo Nivoli, presidente della Società italiana di psichiatria forense e consulente della difesa nell’inchiesta sul caso Cogne.

Secondo lo studioso americano David Finkelhor, in almeno il 50 per cento dei casi di morti improvvise resta il sospetto che il decesso dei piccoli non sia dipeso davvero da un incidente.

La storia di questo crimine parte dal mito di Medea, che pugnala i due figli per vendicarsi del tradimento del marito Giasone. «Anche se giuridicamente esistono solo l’omicidio e l’infanticidio, cioè il reato commesso subito dopo il parto, il figlicidio nella realtà non ha confini temporali o geografici. La differenza sta soltanto nel fatto che le società avanzate, più sensibili agli abusi sull’infanzia, lo vivono come lo stravolgimento delle regole dei sentimenti e dei nostri comportamenti» puntualizza Massimo Picozzi, docente di criminologia all’università di Castellanza.

Secondo i dati Istat, sono 20 i casi di infanticidio (che è punito con la reclusione da 4 a 12 anni) denunciati in Italia nel 2000, 14 nel 1999 e 13 nel 1998.

La letteratura scientifica raccoglie storie ai limiti della comprensione umana.

L’università di Auckland, in Nuova Zelanda, ha da poco pubblicato uno studio su una mamma che era corsa in ospedale con in braccio la figlia di tre mesi, soffocata. Due anni dopo la scena si ripete con il secondogenito, avuto dalla donna dopo la perdita della piccola. In entrambi i casi tutti avrebbero continuato a pensare a un incidente se anche un terzo bambino, a cui lei faceva da baby sitter, non avesse fatto la stessa fine. Messa alle strette, la donna ha confessato di averli uccisi lei, tutti e tre.

E di aver tentato di fare altrettanto con altri due neonati che le erano stati affidati per qualche ora dai vicini. I suoi sentimenti si erano fermati con il primo delitto: «Sì, ero in crisi perché avevo perso mia figlia, in parte è vero. Ma la ragione per cui l’avevo persa era che l’avevo uccisa e non potevo dirlo a nessuno» ha detto alla polizia. Non aveva una malattia psichiatrica grave, ma disturbi di personalità.

Il British Medical Journal ha da poco pubblicato un articolo, «Mothers who kill their children can show intense grief» (Le madri che uccidono i figli possono manifestare un intenso dolore), in cui il ricercatore Zosia Kmietowicz vede addirittura nella manifestazione del dolore per la perdita di un figlio una spia che potrebbe nascondere sentimenti o colpe di segno opposto.Negli Stati Uniti, Susan Smith nel 1994 commosse il pubblico televisivo con i suoi appelli allo sconosciuto che, diceva, l’aveva accostata a un semaforo e le aveva portato via l’auto con dentro i suoi Michael, 3 anni, e Alex, 14 mesi. Se la prova della macchina della verità, alla quale si sottopose volontariamente, non avesse rivelato la sua confusione emotiva, forse la verità non si sarebbe mai scoperta. In realtà, Susan aveva lasciato che l’auto (e le sue due creature) scivolasse nel lago vicino a Union, in South Carolina. Il motivo? Tom, il compagno, l’aveva lasciata perché non voleva più essere legato a una partner troppo presa dai doveri familiari.

E Susan aveva continuato a ripetersi: «Se fossi libera, lui sarebbe ancora con me». E l’America è ancora sconvolta dalla tragedia di Houston, in Texas, dove il 20 giugno dell’anno scorso Andrea Pia Yates, 36 anni, ha annegato nella vasca da bagno tutti e cinque i suoi figli. «Ci ho pensato per mesi. Credevo che non crescessero bene e mi sentivo una cattiva madre» ha confessato.

Follia, depressione, senso di oppressione per una maternità indesiderata: sono queste le ragioni che spingono al figlicidio. «Ciò che non finisce mai sulla ribalta è il dopo, il destino che accompagna le madri responsabili della morte dei loro figli» aggiunge Gian Carlo Nivoli, autore del libro Medea tra noi (Carocci).

«Quando non si suicidano, queste donne devono affrontare un futuro di profonda sofferenza. E per loro, riallacciare relazioni d’affetto con il marito e il resto della famiglia è difficile. Per tutti, a cominciare dai figli che sopravvivono, comprendere, perdonare e andare avanti è a volte impossibile».

In Medea tra noi Nivoli ricorda il caso di una psicologa di 31 anni che era stata la psicoterapeuta di una donna responsabile di aver annegato i suoi due figli in un lago. Caduta in depressione, la psicoterapeuta fa la stessa cosa con il proprio figlio di 8 mesi. Viene arrestata e a sua volta sottoposta a terapia. «Io sono una cagna che ha la rabbia, che morde tutti.

Le cagne arrabbiate vengono abbattute. Perché voi volete curarmi e costringermi a vivere?» ripeteva ai medici. Ottenuto il permesso di uscire dal carcere, ha preso una dose altissima di psicofarmaci ed è andata a uccidersi nello stesso lago in cui la sua paziente aveva annegato i figli.

Gli esperti parlano anche di «mercy killing», di delitti «altruistici»: «Non sopporto vederti soffrire e dunque ti evito la sofferenza di vivere». Come è successo a Parma il 25 settembre quando, questa volta un padre, Ezio Patterlini, 42 anni, si è gettato dalla finestra insieme con il figlio Jacopo di 9, affetto dalla forma più grave di atrofia muscolare. «Le ragioni che portano madri e padri a gesti simili sono identiche, in questo caso non ci sono differenze di sesso o ruolo genitoriale» dice Massimo Picozzi che, con Ugo Fornari, è consulente della procura di Aosta nell’inchiesta su Annamaria Franzoni.

E proprio il professor Fornari ha usato parole forti contro i periti del giudice per le indagini Fabrizio Gandini, che hanno dichiarato la mamma di Samuele sana di mente. Fornari sostiene invece che Annamaria presenta disturbi di personalità. «Può perdere il controllo emotivo, arrabbiarsi fortemente e vivere chi le evoca queste emozioni come cattivo e persecutorio» ha scritto nella sua relazione (vedere intervista a pagina 78).

«Annamaria è il simbolo dell’ambivalenza di qualsiasi madre» controbatte a distanza il collega Nivoli. «Le donne guardano a lei per poter dire a se stesse: ‘Eccola lì l’unica cattiva, noi siamo diverse’. E invece l’amore, anche quello materno, non è separato dall’odio. Le mamme sanno cosa si può provare nel vedere il proprio corpo sformato dalla gravidanza o nel non riuscire a far smettere di piangere il bambino».

Medea può sopprimere chi ha messo al mondo anche in maniera subdola (si parla di sindrome di Munchausen): sembra premurosa, attenta, si rivolge di continuo al medico.

E intanto mette nel latte e nella minestra dei farmaci o delle sostanze dannose che avvelenano la propria creatura. Ci sono poi altre storie, più silenziose e nascoste. Le protagoniste sono giovani donne che aspettano un figlio, ma sono psicologicamente immature per essere madri o rifiutano la gravidanza perché vittime di violenza sessuale e si liberano del bambino appena l’hanno messo al mondo.

Di loro si occupa il criminologo Vittorio Volterra, che sta scrivendo uno studio per il Postpartum Support International, una banca dati con sede a Santa Barbara, in California, sul  maternity blues, il disagio psichico del dopo parto. Volterra ha raccolto le esperienze di sei ragazze italiane che sono riuscite a nascondere di essere incinte «e lo hanno fatto prima di tutto a se stesse», non solo a genitori, partner, amici.

«Gli infanticidi sono fotocopie gli uni degli altri» afferma lo psichiatra, che è stato consulente nel processo a Giuliana, una ragazza anoressica di Ferrara condannata in primo grado a 25 anni. «Una pena troppo grave» ha scritto Volterra «che non tiene conto della follia istantanea che ha colto questa donna quasi in trance e alle prese, in totale solitudine, con una emorragia da parto».

Chiedendo ai giudici maggiore clemenza (cosa che è poi accaduta perché in appello la pena è stata dimezzata) Volterra ha detto: «Una donna, uccidendo il proprio figlio, al di là dell’offesa alla sacralità della vita e all’investimento naturale, uccide con lui la propria identità femminile materna».

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3 commenti

  1. scusa l’autoreferenzialità ,ma scopro una certa sovrapponibilità di temi tra i nostri blog. Se vuoi leggiti il pezzo serio che ha dato l’inizio alla rubrica FAMILY DIE. si chiama Perché uccidiamo i nostri figli, e così, ad uno sguardo veloce Panorama si è alquanto ispirato. Il pezzo è del 2015, lo trovi nel blog, ti piacerà di più- ciao

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