E’ un problema di mobilità sociale

storia_studenteRecentemente si è tenuto il Festival dell’Economia dedicato al tema della mobilità sociale. A dire il vero questo Festival è un appuntamento annuale tuttavia solo quest’anno è salito alla ribalta delle cronache; probabilmente perché a presiedere i lavori c’era il nuovo genio dell’INPS Tito Boeri e sicuramente perché dal tema affrontato, sono uscite notizie non confortanti.

Mi spiego subito. Per mobilità sociale s’intende l’andamento delle opportunità sociali di una persona. Di solito si è sempre parlato di crescita sociale poiché se tuo nonno era operaio, tuo padre si è diplomato e tu invece ti sei laureato con un conseguente miglioramento sociale della famiglia.

Fino a vent’anni fa la tendenza era appunto questa. Poi però il netto miglioramento è stato arrestato da molteplici questioni (la crisi economica è solo una di queste) che hanno causato una drammatica inversione di tendenza.

In particolare, il Rapporto Istat pone in luce che quasi un terzo dei nati nel periodo 1970-1984 si sono trovati, al loro primo impiego, in una classe sociale più bassa di quella del loro padre e che meno di un sesto di essi è riuscito a migliorare la propria posizione rispetto a quella di origine. Nelle coorti anagrafiche più anziane, invece, la situazione era pressoché invertita. I tassi di mobilità sociale ascendente presentavano, cioè, valori doppi rispetto a quelli di mobilità discendente.

Purtroppo ancora oggi assistiamo a questo inesorabile decadimento delle posizioni sociali. C’è un downgrade ormai costante e generalizzato e purtroppo non dobbiamo fidarci di quei pochi che sbandierano come successo quando in piccoli ambiti lavorativi si è riuscito a mantenere le posizioni conseguite in passato.

Dopo la seconda guerra mondiale l’Europa è ripartita da zero, questo ha comportato il boom economico e un benessere diffuso, mio nonno reduce è riuscito a mettersi in proprio, si è traferito nella grande città, ha potuto permettersi la macchina e la televisione. Grazie a lui, mio padre ha potuto studiare ed è riuscito ad affermarsi velocemente in una posizione sociale considerata ai vertici per il lavoro che ha svolto per 45 anni. Noi figli, ovviamente abbiamo studiato il normale per i nostri tempi, grazie alle amicizie siamo riusciti a trovare un lavoro a tempo indeterminato (quasi una rarità oggi) tuttavia ciò consente di vivacchiare semplicemente e non permette di fare progetti avveniristici per il futuro. Una volta lo status symbol era comprarsi la seconda casa al mare o in montagna mentre oggi si fa fatica ad ottenere un mutuo quarantennale per una costosissima prima casa. Dimentichiamoci naturalmente le prospettive di carriera, una volta erano un incentivo per cui un candidato sceglieva di lavorare in un’azienda, oggi non solo nessuno ne fa più menzione, ma ci si sente dire “ringrazia che hai un lavoro”…

Arrivati a questo punto non oso immaginare cosa riserverà il futuro ai nostri figli. Poveri loro che non potranno contare neanche sull’aiuto di noi genitori.

Sarebbe bello che la tendenza s’invertisse ma come? Dai giornali siamo bombardati da messaggi più o meno subliminali che vorrebbero indottrinarci col: “lavorare gratis è un buon modo di iniziare”, “fare il volontario serve a farti sentire parte della società” e addirittura vogliono far sembrare che i soldi non siano più una priorità (parola di Premier). Non credo che funzioni così, io rivoglio i denti ma anche il pane da mangiare.

Infatti, di questo passo, siamo destinati a diventare non solo zombie ma i più sfigati tra i non-morti: quelli senza denti. Stiamo diventando delle non-persone, schiavi senza futuro, culturalmente impoveriti, con una scuola che non premia le eccellenze ma auspica la mediocrità, destinati a sopravvivere, senza opportunità di scelta e quindi impossibilitati ad invertire la rotta. Avessimo fame. Forse mangeremmo ma ci hanno strappato i denti quindi al massimo ciucciamo un ghiacciolo che si sta sciogliendo lentamente.

Questa cosa della fame, tra l’altro mi fa venire in mente Steve Jobs il quale, giusto dieci anni fa, esortava i giovani diplomati con la sua frase più famosa: “stay hungry, stay foolish”. Mi sento di rispondergli “stay tranquy Steve!”, per il primo proposito siamo a dieta ormai da anni mentre per il secondo, la pazzia ci sta corrodendo lentamente ma inesorabilmente. Che poi proprio lui predicava male ma ci ha fatto razzolare peggio visto che proprio con i suoi marchingegni ha generato masse di idioti simil zombie dai polpastrelli ormai consumati per il continuo e frenetico tocco sugli immancabili touchscreen colorati. Addirittura ho sentito di città cinesi che per evitare gli investimenti di persone perse negli smartphone han dovuto creare delle corsie preferenziali.

Chissà dove andremo.

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